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#Euro2016, Italia vs. Irlanda, ovvero Svevo vs. Joyce

Eccoci arrivati al secondo appuntamento di questa bizzarra rubrica che unisce Europei di calcio e letteratura. Per chi si fosse perso la prima puntata e la spiegazione del progetto, può rimediare cliccando qui (è cosa buona e giusta); per i miei afecionados, invece, arrivo subito al punto e al tema del presente articolo. Gli Azzurri stanno per scendere in campo contro la verde Irlanda: quale migliore occasione per parlare un po’ del grandissimo scrittore James Joyce? Fidatevi, vi servirà sicuramente per inglese!

James Joyce

Nato a Dublino (che sta in Irlanda, se non lo aveste capito) nel 1882, James Joyce è uno dei simboli del Modernismo europeo e occupa un posto di primo livello nella letteratura anglosassone del Novecento. Eppure, Joyce ebbe sempre un rapporto di amore e odio (Odi et amo, per dirla col vostro amato Catullo…) nei confronti della sua patria, tanto da vivere quasi tutta la sua vita all’estero. In particolare, Joyce amava l’Italia e qui vi trascorse molti anni insieme alla sua famiglia: prima a Trieste, in qualità di insegnante, poi a Roma nel ruolo di bancario, poi di nuovo a Trieste e di nuovo come docente. Qui incontrò Italo Svevo, che divenne suo grande amico, in un intreccio reciproco di influenze letterarie.

Il suo rapporto con l’Italia non è solamente un dato bozzettistico (anche detto: non è solo una notazione di gossip!), bensì un elemento importante per comprendere la sua opera intellettuale. Joyce si laureò nel 1902 a Dublino in lingue e letterature straniere con specializzazione in italiano e francese; era affascinato dall’eroe omerico Ulisse, in particolare nella lettura che di lui ne diede Dante (e qui torniamo alla letteratura italiana!) nella Divina Commedia. Vedrete che Ulisse lo incontreremo più avanti nel nostro discorso e sarà una pietra miliare di quanto diremo…

joyce

 

Le opere

Giacomino – per gli amici James – esordì come narratore nel 1904, quando iniziò a lavorare al futuro romanzo A Portrait of the Artist as a Young Men (“no, Selene, l’inglese a fine giugno no!” Va bene, va bene, traduco: Ritratto dell’artista da giovane). Fu un esordio sconvolgente – anche se il testo uscì in volume solo nel 1917, quindi dopo la raccolta di racconti Gente di Dublino -, in quanto ritroviamo già in nuce (“pure il latino mo’?”) un tratto rivoluzionario di Joyce, che scardina le consuetudini narrative del tempo: la cosiddetta personalità-fiume, che esplose poi nel capolavoro del 1922 (dal titolo… lo vedrete!).

Nel 1914, lo abbiamo anticipato, venne dato alle stampe Gente di Dublino, dove Joyce sfogò tutta la sua rabbia verso la patria natia, descrivendo la società irlandese come in preda a una paralisi e in un irreversibile declino. Ma nel 1915 anche l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, così la famiglia Joyce fu costretta a rifugiarsi in Svizzera. Nell’anno della fine delle ostilità, James diede corpo al progetto di scrivere il romanzo della sua carriera, L’Ulysses. La storia che viene narrata si svolge nell’arco di sole 24 ore, dove il lettore segue le alterne vicende di un novello Odisseo, Leopold Bloom (no, non è parente dell’attore de Il Signore degli anelli…), con una moglie infedele.

Il testo presenta molti richiami strutturali e tematici al racconto epico di Omero e al canto XXVI di Dante, ma l’intento è deformante. Tra i punti innovativi, va citato il polistilismo linguistico: Joyce non si trattenne dall’accostare il linguaggio biblico allo slang americanizzato, così come le atmosfere fiabesche all’asciutto stile giornalistico. Ma il tratto veramente sconvolgente dell’Ulysses è l’uso sconfinato dello stream of consciousness, o flusso di coscienza (quel procedimento compositivo che accosta i pensieri dei personaggi seguendo l’ordine in cui compaiono nella loro mente, ossia non seguendo la logica e abolendo la punteggiatura). Secondo Joyce, infatti, l’esperienza umana è caotica, disordinata, inconoscibile, per cui la letteratura non può che abbandonarsi al flusso delle cose. Che ne dite, ne vale la pena di leggere Joyce?

 

P.s.: qualora vogliate approfondire lo studio del grande irlandese, ottimo è il saggio firmato da Umberto Eco, Le poetiche di Joyce, mentre per comprendere appieno il testo cardine Ulysses consiglio il volume di Giorgio Melchiori e Giulio de Angelis, Guida alla lettura dell’Ulisse di James Joyce.

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