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I Promessi sposi: il capitolo 1

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno”… secondo voi avrei mai potuto iniziare il post che introduce i Promessi sposi in altro modo?! Proprio no. Ma vi siete mai chiesti come mai Manzoni decide di dare avvio al suo unico romanzo – vabbè che ne ha scritte tre versioni, ma comunque rimane il suo unico romanzo… – raccontandoci delle fratte che si trovano nei pressi del lago di Como? Diciamo che ha voluto prenderla da lontano. Il caro Alex infatti ha pensato bene di introdurre il tutto con un brano descrittivo del paesaggio lombardo dove si ambienta la storia, per poi passare a narrare come si svolge la vita nella ridente cittadina di Lecco. Dopo alcune righe in cui dà conto delle malefatte dell’esercito spagnolo che dominava la Lombardia, arriva finalmente al fulcro della storia di Renzo e Lucia, introducendo il personaggio più famoso della storia, quello che lo stesso Manzoni definirà vaso di coccio costretto a viaggiare tra vasi di ferro (a Roma quando uno è testardo si dice è “de coccio”… però, ad occhio, non credo che il Manzo sia stato preso da un attacco di romanità!): chi è???

 

Don Abbondio e i bravi

Bravi, è don Abbondio! No no, non era un’informazione che ho voluto lanciare agli sgherri che fermano il parroco per strada ad inizio romanzo: non volevo dire “Bravi [vocativo per scagnozzi], è [c’è] don Abbondio”, bensì “bravi (ragazzi), è don Abbondio il personaggio misterioso”! Ma chi sono questi bravi?

Momento etimologico (ossia momento in cui spieghiamo l’origine delle parole): bravo deriva dal latino barbărus (dal significato di, pensate un po’?, selvaggio) e da pravus, ossia malvagio, cattivo. I bravi, quindi, erano tipi non esattamente raccomandabili, pagati dai signorotti del XVI e XVII secolo per compiere, su loro richiesta, cosucce da niente: delitti vari, ruberie di qua e di là, intimidazioni alla gente comune, stupri… e che ci vuole?!

Allora come biasimare don Abbondio che ha quasi infartato nel vederseli parare davanti, con quella reticella a contenere i loro capelli e quel loro ciuffo ribelle che manco Stash dei The Kolors si può permettere? In fondo in fondo, in ognuno di noi c’è un piccolo don Abbondio. Ma torniamo alla storia. “Era ora!” sento dire nelle retrovie. Vi accontento. Il rubicondo (= non magro, poco atletico, anche detto pieno come ‘n ovo) Don Abbondio se ne stava per fatti suoi leggendo il breviario (= libro delle preghiere) quando ad un bivio li vede. Coraggiosamente pensa di darsi alla fuga, ma capisce che sarebbe inutile. Insomma, che vogliono ‘sti due? Una cosa semplice: il matrimonio tra Renzo e Lucia “non s’ha da fare”.

Perpetua e la confessione di don Abbondio

Colto dal terrore, il prete scappa subito verso la curia. Ad attenderlo, “all’opre femminili intenta”, per dirla con Leopardi (cioè: puliva casa), c’è Perpetua (oggi la chiameremo la colf), che appena lo vede in quello stato d’animo pensa bene di gettargli ancora più ansia addosso tempestandolo di domande: mai ‘na gioia per don Abbondio! Il parroco tenta di resistere all’attacco frontale di Perpetua, che oltre ad essere brutta era pure decisamente impicciona: il povero don Abbondio sa che la sua aiutante sarebbe andata a raccontare l’incontro coi bravi a tutta l’Italia, pure se non era ancora unita. Ma il prete è troppo confuso, troppo impaurito, mentre Perpetua è troppo insistente. Alla fine accade il fattaccio: don Abbondio racconta tutto, pregando però la donna di non dire nulla a nessuno. Ma chi, a Perpetua? Come dire a Fedez di non farsi più tatuaggi: impossibile!

Cosa accadrà allora? Quali ripercussioni avranno le minacce dei bravi e le soffiate di Perpetua? Lo scopriremo insieme lunedì prossimo, quando ci occuperemo del capitolo 2!

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