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Speciale Iliade: il libro II, tra Ulisse e Don Giovanni

C’eravamo lasciati la settimana scorsa con l’immagine di Teti, madre di Achille, che convince Zeus a far morire tanti Achei nel conflitto contro i Troiani a suon di carezze sotto la barba del re dell’Olimpo. E siccome Zeus è tipo molto sensibile alle carezze sotto la barba, ma molto meno alle richieste burbere della moglie Era, pensa bene di provocare qualche centinaio di morti in campo greco per dare soddisfazione alla sua amichetta… che ci vuole?

La sincerità, questa sconosciuta!

E da qui inizia il libro II dell’Iliade. Zeus invia un sogno ingannatore al capo acheo, che, sotto le mentite spoglie di Nestore – il compagno di battaglia più anziano, più saggio –, gli riferisce che tutte le divinità erano ora al fianco degli Greci e quindi quello era il momento migliore per attaccare gli avversari. Già da quest’episodio capiamo la natura poco onesta, sufficientemente menzognera e alquanto “fregaiola” degli dèi greci, ben lontani dall’essere quell’esempio di virtù che le divinità di altre civiltà volevano essere. Ma una nota di merito va fatta: loro sì che, in tal modo, erano veramente “a immagine e somiglianza” degli uomini!

 

Ma torniamo a noi. Agamennone, dimostrando di non essere proprio un gran furbo, crede al sogno e si veste della sua armatura per recarsi presso le navi achee attraccate al porto ed esortare gli altri re alla battaglia. A ’sto punto, Agamennone pensa bene di fregare a sua volta i suoi sottoposti, ingannandoli con una bugia: per testare la fedeltà alla causa della guerra di Troia decide di raccontare ai combattenti che le divinità impediscono ora ai Greci di espugnare Troia e impongono loro il rientro in patria dalle mogli e dai figli. I guerrieri vengono quindi convocati e Agamennone pone inizio all’inganno. Quindi: Zeus inganna Agamennone che inganna gli Achei che ingannano sé stessi dimenticandosi dei loro valori di guerrieri: che impiccio! All’esercito greco, infatti, non pare vero di poter tornare a casa e si precipita alle proprie navi per salpare.

 

Entra in campo Ulisse

Ma vi pare che l’Iliade poteva finire così presto, dopo solo due libri, col rientro degli Achei in Grecia? Ma de che!!! Omero ha ancora taaaanti versi (circa 15˙000) da declamarci! A rompere il clima festoso (e non solo…) degli Achei (ricordatevi che Achei = Greci) ci pensa Atena, che – esortata da Era, l’indomita moglie di Zeus – va da un uomo di cui parleremo ampiamente sia nel racconto dell’Iliade che in quello dell’Odissea. Parlo di Ulisse, scaltro re di Itaca e combattente fedele alla propria bandiera, incitato da Atena affinché trattenga compagni e sottoposti intenti a scappare. Ulisse ci vede lungo e capisce che con le belle parole poco avrebbe potuto fare, e quindi che ti combina? Prende in prestito – per non dire ruba – lo scettro di Agamennone e va a dare mazzate – pardon, scettrate – a destra e a manca a chiunque gli capitasse a , come se non ci fosse un domani. E menomale che la sua qualità caratteristica era l’astuzia e non la forza, altrimenti avrebbe fatto una strage…

 

Dopo questa scena degna della migliore commedia dell’arte (non sapete cos’è la commedia dell’arte? Si tratta di una forma di teatralità nata nel Medioevo in cui si recitava senza un copione scritto e in cui si davano botte da orbi), Ulisse capisce che ora si può fare anche un discorsetto a quanti stavano scappando – una rampogna, direbbero i più eruditi; diciamo un cazziatone, tanto per essere più chiari… – e ricorda di come in Aulide, prima che partisse la spedizione achea alla volta di Troia, gli dèi avevano fatto capire che la guerra sarebbe stata vinta solo al decimo anno di combattimento. Alla fine, tutto è bene quel che finisce bene: i Greci si preparano ad affrontare nuovamente i nemici, credendo che sarà la loro ultima battaglia prima della vittoria.

 

Il catalogo delle navi

A questo punto avviene una cosa insolita per un poema: il rapsòdo – cioè Omero – fa una seconda invocazione alle Muse, dopo quella del libro I, per enumerare e descrivere le varie famiglie achee giunte a Troia al fianco di Agamennone. La mania degli elenchi sterminati non ce l’aveva solo Omero, del resto, tanto che sarà presente ad esempio anche nell’Eneide di Virgilio (segnatevela questa!) e in numerose altre opere, tra cui vi segnalo il Don Giovanni di Mozart. Nel libretto scritto da Lorenzo Da Ponte, infatti, il caro, vecchio Leporello elenca a Donna Elvira, nel corso di una famosissima aria, tutte le conquiste amorose del suo padrone. Lasciamoci allora con un po’ di musica! A martedì prossimo per il racconto del libro III!

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