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Speciale Iliade: il libro I. L’inizio della storia.

Cantami, o Diva, del Pelide Achille / l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei

Chi non sa a memoria questo magistrale avvio di poema, tradotto divinamente (è proprio il caso di dirlo, visto che parliamo di epica…) da Vincenzo Monti? Del resto, come tutti i poemi che si rispettino, anche l’Iliade inizia con la classica invocazione alla Musa, affinché racconti al poeta (o, meglio, al rapsòdo… non vi ricordate cosa sia un rapsòdo? Dovrei mandarvi in punizione dietro la lavagna, ma facciamo che oggi sono buono e vi metto il link al post dove lo spiego)… dicevo, affinché racconti al poeta come sono andati i fatti, ispirando sia la sua “memoria” che la sua cetra. Sempre come in ogni poema con la P maiuscola, alla rituale invocazione musiva (cioè, appunto, alla musa… e poi non ditemi che non mi prendo cura del vostro vocabolario!) segue la proposizione del poema, cioè a dire la spiegazione dell’argomento dell’opera.

L’antefatto

Va subito precisata una cosa: l’Iliade non è il racconto dell’intera guerra di Troia (il povero Omero non ce la poteva proprio fare! Poi già con la sua superchiacchiera ha impiegato 15.000 versi per parlare di un solo episodio, figuriamoci 10 anni di guerra!). Il poema narra di un lasso di tempo decisamente breve (51 giorni), inserito nell’ultimo anno di lotta. L’origine del racconto, lo ricorderete, è la prepotenza compiuta da Agamennone, re degli Achei (= una tribù greca) nel rapire Criseide dopo l’assedio di Tebe…. vedi che a trattare male le donne ci si rimette sempre?! Agamennone, dicci: la storia di Gaia e Urano non ti ha insegnato proprio niente?! Se avessi studiato la mitologia, tutto questo non sarebbe accaduto (morale della vicenda: studiate!). Il gesto sconsiderato (ma frequentissimo all’epoca) del capo dei Greci porta la peste nel suo schieramento, poiché Criseide è la figlia di Crise, sacerdote di Apollo, che accoglie le sue suppliche e lo vendica.

iliade

Lo stile

Vi ricordate quando vi dicevo che l’Iliade è un poema bellissimo? È arrivato il momento di dimostrarvelo. La descrizione di Apollo che scaglia la peste sul campo acheo, infatti, è tra le più alte prove della letteratura mondiale. La scena si svolge sulla riva del mare. Apollo discende dall’Olimpo, con l’arco e una faretra colma di frecce; i suoi occhi sprigionano lampi, la sua armatura un rumore sinistro. Giunto al porto, Apollo inizia a scoccare le sue armi contro le navi achee, facendo scoppiare immediatamente la pestilenza. Il dolore e la paura rendono folli gli sventurati guerrieri greci,  che soccombono uno ad uno alla potenza del dio. Non è una scena… come dire… EPICA? Battute a parte, la maestosità del ritratto rende questo libro I – così come tutta l’Iliade – maestoso.

E poi che succede nel libro I?

Agamennone, al decimo giorno di peste (numero non casuale!), pensa bene di far pagare agli altri i suoi errori: chiamalo stupido! Per cui accetta di riconsegnare Criseide solo dopo aver “rubato” la concubina di Achille, Briseide (non vi ricordate i particolari? Rileggete qui). Alla fine, con una prepotenza pari solo a quella di chi si segna per ultimo nelle interrogazioni programmate, riesce nel suo intento, ma Achille promette che, dato il torto subito, non combatterà più per gli Achei, causando sicuramente molte morti.

Dopo il “furto” di Briseide e la restituzione di Criseide (questo vi fa capire quanto erano considerate le donne…) ritroviamo Achille in lacrime lungo la riva del mare, invocando l’intervento della mamma contro quel cattivone di Agamennone. Avreste mai pensato ad un Achille piagnone? Mamma Teti corre subito in soccorso del suo bambino, consolandolo amorevolmente come dopo un litigio al parco giochi.

“Su, a mamma, non piangere!”

“Ma quello zuzzurellone di Agamennone mi ha rubato la trottolina amorosa!”

“Adesso ci pensa mamma a sistemare tutto…”

Si saranno detti così?? Non proprio, anzi,  Omero e la sua cetra dipingono un quadro delicatissimo e commovete, in cui di un forte e valoroso guerriero vengono esplorate le debolezze, mentre di un’algida (non pensate al cornetto!) dea mostrato il lato umano. Anche questa scena merita di essere letta integralmente.

Alla fine Teti ci mette veramente una pezza e va a parlare con Zeus, su su ai piani alti dell’Olimpo. Accarezzandogli la barbuccia, lo convince a far morire molti Greci in battaglia… che ci voleva??

Cosa riserverà il libro II? Scopritelo martedì prossimo!

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